venerdì 28 ottobre 2016

Uomini con il ciclo




Certo che esistono. Sono pullulanti. E sono rintanati nei buchi setosi nei dintorni della piazza a tela di ragno, in pieno formicaio. I loro covi ricordano i nidi di certi aracnidi velenosi e rossastri, che i contadini chiamavano tarantole e mietevano vittime fra coloro che, spossati dal lavoro nei campi, si sdraiavano a riposare inconsapevolmente sulle loro tane. Fanno pensare a fazzolettini di seta finissima, calcati sapientemente in canne di fucile per lucidarne l’interno fino a farne dei caleidoscopi dai bagliori cangianti. Sono uomini con il ciclo, in perdita tutto l’anno: il loro corpo espelle pietrisco nero e aguzzo e polvere grigiastra. Non sono uno stuolo, ma pur sempre troppi. Senza orari fissi, come i girasoli seguono le fasi solari. Improvvisano, ma non c’è neanche un rantolo di jazz. Vegetano. Destabilizzano. O almeno ci provano, con pigro impegno. Al forno, esplorano la mercanzia con i loro occhi da mosca, scelgono con lentezza esasperante e talvolta ci ripensano. L’acquisto è spesso misero, e fa pensare all’aggettivo ‘miserabile’. Appaiono per accanimento ogni qualvolta un automobilista sia alle prese con una manovra difficile, abbia un guasto al motore o stia con una gomma a terra. Due, tre, quattro fino a formare un capannello, farfugliando consigli non richiesti. La loro posizione base è con le mani in tasca, affondate fino ai gomiti. Solo la pioggia li mette in fuga, ricacciandoli nei loro buchi di seta polverosa. Ho iniziato a pensare che pratichino abusivamente, ma con successo, l’arte gufatoria. Ma li compatisco, prigionieri come sono del loro spietato ciclo quotidiano. E condannati come sono, con il loro pietrisco, ad erigere torri infinite e inutili che s’illudono di sfidare il cielo. 

Luca Leoni  


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