lunedì 21 novembre 2016

Quella fiaccola accesa



Bisognerebbe imparare a tenersele per sé, le emozioni. Tutte. Anche quelle che potrebbero essere patrimonio comune, quelle che il prof. Jenkyns avrebbe definito “le reazioni individuali al testo”. Cioè, le nozioni storiche, i monumenti, le opere d’arte, fino alla gastronomia, ai tesori enologici: tutto patrimonio comune, che andrebbe condiviso, fatto conoscere alle nuove generazioni. Mica per qualche scopo particolare … no, solo per dare continuità a ciò che abbiamo ricevuto in dono. Quella fiaccola ideale che ci è stata consegnata dagli antenati e che andrebbe tramandata ai posteri: possibilmente accesa e in buone condizioni. Poi ti guardi intorno, raccogli ciò che ritieni rilevante per un’eventuale condivisione; inizi a pensare a una comunità d’intenti. Ti attivi in quel senso, perché in fondo ci hai sempre creduto. E invece arriva il tizio mai visto e conosciuto che spunta fuori dal nulla per correggere a matita rossa ciò che hai appena scritto. Hai additato la luna e lui ha notato la tua manica sgualcita e macchiata d’inchiostro, nonostante l’oscurità. E’ la personificazione inquietante dell’adagio “Chi ti vuol male, nonostante le tue sette camicie afferma di averti visto il culo”, individui dai quali è consigliabile tenersi lontani. Perché sono desertificanti, e purtroppo costituiscono una nutrita maggioranza. E’ questo, l’orientamento medio dei miei concittadini: non muovere paglia e vivere quotidianamente l’apologia dell’accidia ma, al momento opportuno, criticare ferocemente chiunque osi agire. Come se si alzasse una polvere che andasse ad arrecare un’immediata e lancinante congiuntivite ai delicati occhi di lorsignori. Lo so, la cultura scatena disturbi pruriginosi interiori in coloro che, nonostante la loro indolenza, la subiscono. Soprattutto in coloro che hanno adottato il motto “Non so, so ciò che mi serve e altro non voglio sapere”. Vi comprendo, artisti, musicisti, scrittori e creativi che vi barricate nelle vostre torri aguzze e vi alienate nei vostri vigneti: la fiammella di quella fiaccola va tenuta accesa e alimentata a ogni costo. E soprattutto, va tenuta a debita distanza da coloro che aprono bocca solo per scatenare sterile vento. 


Luca Leoni

 

domenica 30 ottobre 2016

Ritrovarsi, in autunno ...

Foto Angelo Peticca 

 Ci si ritrova per la vendemmia, ci si ritrova pe' coglie 'e glive - dicea nonna! - cercando di mantenere quel prezioso, insostituibile rapporto con la terra che ci si porta dentro e produrre un prodotto genuino e sano. Ci si ritrova fra amici e parenti e questa è ancora miglior cosa in tempi di difficoltà a trovarsi e ritrovarsi e riconoscersi nelle tradizioni e nei propri territori. Lavorare per quel futuro antico della nostra - ricca! - Storia passa anche per questo. Saper mantenere la tradizione che - Mahler docet! - non è culto delle ceneri ma custodia del fuoco. 
Viti e ulivi caratterizzano il nostro territorio, ne rendono i clivi ancor più dolci e amabili ed hanno un linguaggio tutto loro, un linguaggio dal forte valore storico e paesaggistico.
La raccolta delle olive avviene fra la fine di ottobre ed i primi giorni dell'anno nuovo e può essere fatta con diverse metodologie: brucatura, racclta meccanica, con scuotitori, per abbacchiatura o raccolta a terra. la fase più tradizionale è quella della brucatura, ceh consiste nello staccare manualmente le olive dai rami: questo è un ottimo sistema, il migliore dal pu nto di vista della qualità poiché permette di raccogliere le olive al giusto grado di maturazione e soprattutto senza produrre danno al frutto o tantomeno danneggiare la pianta. 
Apparteniamo ad un territorio, quello dei Castelli Romani, il cui prodotto oleario per essere doc deve essere realizzato con olive prodotte nei comuni di Albano, Ariccia, Castel Gandolfo, Ciampino, Colonna, Frascati, Genzano, Grottaferrata, Lanuvio, Marino, Montecompatri, Monteporzio, Nemi, Rocca di Papa, Rocca Priora, San Cesareo, Velletri, Ardea, Pomezia e Roma. Si tratta infatti di terreni caratterizzati dalla loro origine vulcanica (formati dalle ceneri e dai lapilli dell'eruzione del Vulcano Laziale, avvenuta nel quaternario) da cui le olive mutuano il caratteristico aroma. 
 Per ottenere il marchio Castelli Romani l'olio deve inoltre essere prodotto utilizzando olive della varietà carbonella, corva, frantoio, leccino, moraiolo, olivastra, pendolino, rioscella e rosciola, presenti da sole o insieme per almeno l'80%. 
Un ramoscello d'olivo, portato nel becco di una colomba, anunciò a Noè la fine del diluvio. Ma non è la sola leggenda che avvolge l'ulivo e lo rende immortale. Zeus decise di dare in dono Atene e l'Attiva alla divinità che avrebbe fornito a questa terra il dono più utile. A sfidarsi Atena e Poseidone: quest'ultimo presentò il cavallo, Atena l'olivo. Zeus giudicò vincitrice la dea sua figlia, sostenendo che il cavallo fosse per la guerra mentre l'olivo, per la pace. Numerose sono anche le poco conosciute poesie - ugualmente significative e importanti - di alcuni importanti autori anche internazionali che hanno trovato ispirazione nell'olivo e nell'olio. A fine articolo, ne compendio alcune e a celebrazione di questo momento dell'anno sacralmente aggregante, mi piace ricordarne anche una della nostra Lucia Mammucari: 
A 'o montano 
Sarà senz'atro 'na coglioneria
ma ce sta chi ce crede all'oppegnone
che quando va a fa' l'oglio a lo montano 
se sente sempre po' d'aggitazione: 
si denanzi fa fenta che 'n gne 'mporta,
'n core penza all'oglio ceh s'areporta. 
Chillo veccitto 'ncartapecorito
che vide l'atra dine a lo montano,
sta' securo che manco era dormito.
Co' 'n cappiellitto da notte 'ngargato,
 paréa che da la tmba era scappato. 
E quanno vacandénno le saccocce  
e glie zompà na gliva co lo scioglie 
glie curze appriesso e se la i' a reccoglie. 
E po', li machinari andò passenno,
li tubbi andò rentrenno, e ndò rescenno, 
'n gima a le glive sie co' gli'occio fisso:
 ce e sarìa ficcato puro isso. 
E quando énno a fenì drentro a ca' bucio
andò co' gli'occio 'n gne potéa i' appriesso,
vardéa co' 'n'aria tutta marfidata
ando' gli'urdima pasta era passata,
Ma comme fa lo sorico a la catta,
che 'mmece de rescine 'ndo l'aspetta
scappa da n'atro sito e la cogliona, 
cossì chillo aremase comme u' stronzo 
quando vidde arescì l'oglio firdrato
da la cannella abballe a lo bigonzo.
Dato che a ride, chillo n'era avvezzo,
pe' la gran contentezza tutt'a 'n buotto, 
glie se vedéa ballà 'o labbro de sotto.
A portane le glive a lo montano
pare portà la moglie a partorine: 
glie giri annanzi e 'reto assai 'ggitato
fin'a a quando lo figlio nun è nato. 
Ma quando sai che tutto è 'ito bene,
siénti che contentezza che te piglia! 
Chiami l'amici e sturi ca' bottiglia.  



Olio con sapiente arte spremuto
Dal puro frutto degli annosi olivi,
Che cantan -pace! -in lor linguaggio muto
Degli umbri colli pei solenti clivi,
Chiaro assai più liquido cristallo,
Fragrante quale oriental unguento,
Puro come la fè che nel metallo
Concavo t’arde sull’altar d’argento,
Le tue rare virtù non furo ignote
Alle mense d’Orazio e di Varrone
Che non sdegnàr cantarti in loro note…

Gabriele D’Annunzio
Tu, placido, pallido ulivo,
non dare a noi nulla; ma resta!
ma cresci. sicuro e tardivo,
nel tempo che tace!
ma nutri il lumino soletto che, dopo,
ci brilli sul letto dell’ultima pace!”

Giovanni Pascoli

Cielo azzurro
Campo giallo
Monte azzurro
Campo giallo
Per la pianura deserta
Sta camminando un olivo
Un solo Olivo

Federico Garcia Lorca

 Accanto al frusciare
del cereale, tra le onde
del vento sull’avena,
l’ulivo
dal volume argentato,
stirpe austera,
nel suo ritorto 
del cereale, tra le onde
del vento sull’avena,
l’ulivo
dal volume argentato,
stirpe austera,
nel suo ritorto cuore terrestre:
le gracili ulive
lucidate
dalle dita
che fecerola colomba
e la chiocciola marina:
verdi, innumerevoli,
purissimi picciuoli
della natura,
e lì negli assolati uliveti,
dove soltantocielo azzurrocon cicale e terra duraesistono,
lì il prodigio,
la capsula perfetta
dell’uliva
che riempie il fogliamecon le sue costellazioni:
più tardi i recipienti,
il miracolo,
l’olio.
Io amo
le patrie dell’olio,
gli uliveti
di Chacabucoin Cile,
al mattino le piume di platino forestali
contro la rugosa cordigliera,
ad Anacapri,
là su,
nella luce tirrena,
la disperazione degli ulivi,
e nella carta d’Europa,
la Spagna,
cesta nera di olive
spolverata di fiori d’arancio
come da una ventata marina.
Olio,
recondita
e suprema condizione della pentola,
piedistallo di pernici,
chiave celeste della maionese,
delicato e saporito
sulle lattughe
e soprannaturale
nell’infernodegli arcivescovili pesciprete.
Olio,
nella nostra voce,
nel nostro coro,
con intima mitezza
possentetu canti: sei lingua castigliana:
ci sono sillabe di olio,
ci sono paroleutili e profumatecome la tua fragrante materia.
Non soltanto il vino canta,
anche l’olio canta,
vive in noi
con la sua luce matura
e tra i beni della terra
io seleziono,
olio,
la tua inesauribile pace,
la tua essenza verde,
il tuo ricolmo tesoroche discende dalle sorgentidell’ulivo.

Pablo Neruda

 Il tempo
che si rinfresca
ed il mare
che si increspa,
Tutto mi dice
che l’inverno
è arrivato
per me
E che bisogna,
senza indugio,
raccogliere le mie olive,
E offrirnel’olio vergine
all’altare
del buon Dio.

Frédéric Mistral
Pure colline
chiudevano d'intorno
marina e case;
ulivi
le vestivano qua e là
disseminati come greggi,
o tenui
come il fumo di un casale
che veleggi la faccia
candente del cielo.
Tra macchie
di vigneti e di pinete,
petraie
si scorgevano calve
e gibbosi dorsi di collinette:
un uomo
che là passasse ritto
s'un muletto
nell'azzurro lavato
era stampato
 per sempre
- e nel ricordo

Eugenio Montale

 A una prodaove sera
era perenne
Di anziane selve assorte, scese,
E s'inoltrò
E lo richiamò rumore di penne
Ch'erasi sciolto dallo stridulo
Batticuore dell'acqua torrida,
E una larva (languiva
E rifioriva) vide;
Ritornato a salire vide
Ch'era un aninfa e dormiva
Ritta abbracciata a un olmo.
In sé da simulacro a fiamma vera
Errando, giunse a un prato ove
L'ombra negli occhi s'addensava
Delle vergini come
Sera appiè degli ulivi;
Distillavano i rami
Una pioggia pigra di dardi,
Qua pecore s'erano appisolate
Sotto il liscio tepore,
Altre brucavano
La coltre luminosa;
Le mani del pastore erano un vetro
Levigato da fioca febbre

Giuseppe Ungaretti

venerdì 28 ottobre 2016

Uomini con il ciclo




Certo che esistono. Sono pullulanti. E sono rintanati nei buchi setosi nei dintorni della piazza a tela di ragno, in pieno formicaio. I loro covi ricordano i nidi di certi aracnidi velenosi e rossastri, che i contadini chiamavano tarantole e mietevano vittime fra coloro che, spossati dal lavoro nei campi, si sdraiavano a riposare inconsapevolmente sulle loro tane. Fanno pensare a fazzolettini di seta finissima, calcati sapientemente in canne di fucile per lucidarne l’interno fino a farne dei caleidoscopi dai bagliori cangianti. Sono uomini con il ciclo, in perdita tutto l’anno: il loro corpo espelle pietrisco nero e aguzzo e polvere grigiastra. Non sono uno stuolo, ma pur sempre troppi. Senza orari fissi, come i girasoli seguono le fasi solari. Improvvisano, ma non c’è neanche un rantolo di jazz. Vegetano. Destabilizzano. O almeno ci provano, con pigro impegno. Al forno, esplorano la mercanzia con i loro occhi da mosca, scelgono con lentezza esasperante e talvolta ci ripensano. L’acquisto è spesso misero, e fa pensare all’aggettivo ‘miserabile’. Appaiono per accanimento ogni qualvolta un automobilista sia alle prese con una manovra difficile, abbia un guasto al motore o stia con una gomma a terra. Due, tre, quattro fino a formare un capannello, farfugliando consigli non richiesti. La loro posizione base è con le mani in tasca, affondate fino ai gomiti. Solo la pioggia li mette in fuga, ricacciandoli nei loro buchi di seta polverosa. Ho iniziato a pensare che pratichino abusivamente, ma con successo, l’arte gufatoria. Ma li compatisco, prigionieri come sono del loro spietato ciclo quotidiano. E condannati come sono, con il loro pietrisco, ad erigere torri infinite e inutili che s’illudono di sfidare il cielo. 

Luca Leoni  


sabato 22 ottobre 2016

C'era una volta il corpo



M’è venuto in mente ieri sera, in via Monserrato, a pochi passi dai denti affilati della sega che taglia in due il monte e sotto un soffitto a cassettoni seicentesco: dapprima volevo riflettere sull’approccio carnale in piena era Facebook, poi s’è intromesso il pensiero del silicone, quello della Silicon Valley, in California. Il corpo umano è in via di smaltimento, per le reti da socializzazione. Attenzione: socializzazione, non amicizia. Che mi sa di ‘ti facciamo entrare nella società per sfruttarti e magari ricattarti’ e nient’altro. Il corpo non è più essenziale, più ‘optional’ di certi accessori automobilistici. Penso a un corpo obeso, di persona sedentaria. Penso a un palloncino che tende a farsi mongolfiera, enorme e abnorme. Deforme. Per poi essere oggetto di derisione collettiva. Il corpo dell’utente medio fb è ingombrante, desta imbarazzo. Destabilizza quel certo nirvana virtuale. Sta seguendo la sorte del corpo del defunto, sfrattato dalle case e confinato nelle Funeral Home statunitensi. Nei protocolli sanitari italiani viene classificato, non a caso, ‘rifiuto speciale’. Nella chat si può condividere di tutto: messaggi vocali, foto, filmati. Si può produrre materiale all’infinito, con il corpo. Lo si può migliorare con Photoshop, spacciarlo come capolavoro di perfezione. Ma è un rifugio psicologico, una via di fuga in gran parte virtuale. Il corpo altrui viene fermamente rifiutato, se in chat si dovesse proporre la condivisione di un caffè, ad esempio. Anzi, si usa glissare. Ci si avvale della facoltà di non rispondere, d’ignorare. Vengono persino messi al bando i messaggi vocali. Il rifiuto del corpo e quindi dell’incontro reale tra esseri umani è la capitolazione più umiliante: Facebook, surrogato virtuale dei pochi piaceri della vita, nuoce gravemente alle sinergie costruttive del genere umano.
Luca Leoni 

giovedì 20 ottobre 2016

Pioggia



Fu costretto, a sbarazzarsene. Lo faceva sanguinare rivoli di sabbia che, esondando da naso, bocca, orecchie, occhi, gli si adagiavano sul fondo delle mutande. Sabbia, sottilissima e penetrante come per osmosi. Più liquida di sangue alla cardioaspirina, meno densa del vino ancora mosto caldo e ribollente di moschini. Scivolava giù un granello alla volta, scissa in gocce di flebo ma sottile come dovesse attraversare una strettoia di clessidra. Arida eppure adesiva, alla pelle, se umida di sudore. Se ne sbarazzò chiudendo forte gli occhi, per non assistere a quel dolore. Dal momento successivo, il giardino in lui tornò a cospargersi di muschio tenero, intriso di rugiada. E fiori e felci ed erba iniziarono ad intonare i loro nuovi trionfi. L’olfatto tornò al suo trionfante splendore: il tanfo del sambuco irruppe nel cerebro con pacato ardimento, la soavità selvatica della mentuccia citò a memoria i carciofi, teneri come burro nel tegame fumante. Tutte le sfumature dell’humus s’innalzarono nei colori autunnali, presero il volo, seguendo la scia delle donne evanescenti di Chagall. La fonte dei suoi ricordi era tornata a gocciolare, filtrata dal muschio verde smeraldo. Il tasso e l’istrice erano stati stanati, inondati da quel fluire dolce dell’acqua piovana. Era stata la pioggia, inaspettata e benedicente a salvarlo. A fecondarlo. 

Luca Leoni  

martedì 18 ottobre 2016

Un veliterno alla corte dei Medici


Ci appassionerà senza dubbio la nuova serie tv I MEDICI Masters of Florence. La trasformazione di Florentia nella culla del Rinascimento italiano da parte della famiglia dei Medici, il cui capostipite Giovanni vedremo morire proprio nei primi momenti della prima puntata. Saremo condotti, attraverso sogni, fatiche e imprese a ripercorrere in flashback la storia di questa grande famiglia passata alla storia per aver promosso in maniera straordinaria e per diverse generazioni la vita artistica, culturale, spirituale e scientifica del loro tempo, passando anche attraverso le esistenze dei figli Lorenzo e Cosimo ed il giallo che si crea in seguito alla misteriosa morte del padre. Straordinarie collezioni d'arte, oggetti preziosi, libri e manoscritti, rarità e curiosità, l'enorme lascito alle generazioni future; una importante fetta di patrimonio culturale del nostro italico Belpaese. 
La colonna sonora affidata al maestro Paolo Buonvino, autore e compositore di numerose colonne sonore per tv e cinema, vede in Renaissance (interpretata da Skin degli Skunk Anansie) la sigla degli 8 episodi della produzione angloitaliana in onda da stasera in prima serata su Rai1. All'interno del brano, alla voce di Antonello Dorigo, contraltista, è affidato un versetto - a dire il vero, un incrocio di versetti - del libro biblico della Sapienza che recita "(in) semplicitate cordis quaerite illum quniam invenitur ab his qui non tentant illum". *
Interrogato sulla scelta del versetto, Paolo Buonvino ci ha risposto : "Renaissance parla di rinascita, quella dei Medici ma anche quella di ciascun essere umano. I motivo per cui l'ho inserita è che una rinascita comincia sempre dal 'cercare con cuore semplice' per trovare quello che molti chiamiamo Dio cominciando a guardare dentro il nostro piccolo. Semplice ... al di là dei condizionamenti del tempo, della società, della famiglia o altro ancora..." 
Complimenti vivissimi al nostro concittadino - che non ascolteremo nella short version del brano ad inizio puntata ma in chiusura di episodio ... - al quale auguriamo sempre maggiori successi e alla nostra Città l'augurio di ogni bene e prosperità! Possa veramente decidere di riportare l'Uomo al centro dell'interesse culturale e sociale, prendendo spunto da quei valori letterari, filosofici, morali ed estetici tipici di un'epoca d'oro come il Rinascimento, che tanta gloria le ha visto rivestire e testimoniare. Possiamo noi tutti, con cuore semplice, riappropriarci di spazi, piazze di dialogo e comunicazione e futuro. 


Rita Menghini 

*  .. cercatelo con cuore semplice. Egli infatti si lascia trovare da quanti non lo tentano ... Libro della Sapienza






sabato 15 ottobre 2016

Tesori antichi e rimpianti attuali: il Museo Borgiano che fece Velletri centro d'Europa



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Il Museo Borgiano è forse uno dei più affascinanti emblemi della Velletri che fu. Il momento storico che stiamo attraversando, caratterizzato da una profonda spinta culturale che però non sempre riesce a tramutarsi in qualcosa di concreto, rende ancora più necessario il ricordo delle nostre radici e del nostro passato. Questo non significa, tuttavia, ancorarsi a ciò che non c'è più lasciandosi cullare dalla nostalgia e dal rimpianto. Deve essere, al contrario, un impulso ancora maggiore a rinascere, tramite progetti e proposte che inizialmente possono trovare qualche scetticismo e qualche ostacolo, ma poi con l'impegno e il lavoro dei cittadini possono transitare dall'utopia alla fattibilità. Perciò, tornando al Museo Borgiano, argomento onorevole di questo primo post, facendo una ricerca neanche troppo difficoltosa si può scoprire una Velletri che non è né scomparsa né dimenticata: è solo un po' più lontana, sia temporalmente che fisicamente, talvolta addirittura seppellita dai palazzi, ma cerca disperatamente di essere riportata alla luce, perché ha ancora tanto da insegnare.
Storia, innovazione, tradizione e, possibilmente, realizzazione: questi sono gli intenti di un 'giornalismo' considerato fuori moda, perché forse meno redditizio rispetto ad alcuni titoloni ad effetto, ma che fa proposte e cerca di rendersi utile alla comunità senza aspettare passivamente che qualcosa accada. I "destinati ad essere morti" non hanno certo gioventù splendenti: ed ecco che essi ti insegnano a non splendere. E tu splendi, invece! Monito applicabile anche alla nostra città. 


Rocco Della Corte