sabato 22 ottobre 2016

C'era una volta il corpo



M’è venuto in mente ieri sera, in via Monserrato, a pochi passi dai denti affilati della sega che taglia in due il monte e sotto un soffitto a cassettoni seicentesco: dapprima volevo riflettere sull’approccio carnale in piena era Facebook, poi s’è intromesso il pensiero del silicone, quello della Silicon Valley, in California. Il corpo umano è in via di smaltimento, per le reti da socializzazione. Attenzione: socializzazione, non amicizia. Che mi sa di ‘ti facciamo entrare nella società per sfruttarti e magari ricattarti’ e nient’altro. Il corpo non è più essenziale, più ‘optional’ di certi accessori automobilistici. Penso a un corpo obeso, di persona sedentaria. Penso a un palloncino che tende a farsi mongolfiera, enorme e abnorme. Deforme. Per poi essere oggetto di derisione collettiva. Il corpo dell’utente medio fb è ingombrante, desta imbarazzo. Destabilizza quel certo nirvana virtuale. Sta seguendo la sorte del corpo del defunto, sfrattato dalle case e confinato nelle Funeral Home statunitensi. Nei protocolli sanitari italiani viene classificato, non a caso, ‘rifiuto speciale’. Nella chat si può condividere di tutto: messaggi vocali, foto, filmati. Si può produrre materiale all’infinito, con il corpo. Lo si può migliorare con Photoshop, spacciarlo come capolavoro di perfezione. Ma è un rifugio psicologico, una via di fuga in gran parte virtuale. Il corpo altrui viene fermamente rifiutato, se in chat si dovesse proporre la condivisione di un caffè, ad esempio. Anzi, si usa glissare. Ci si avvale della facoltà di non rispondere, d’ignorare. Vengono persino messi al bando i messaggi vocali. Il rifiuto del corpo e quindi dell’incontro reale tra esseri umani è la capitolazione più umiliante: Facebook, surrogato virtuale dei pochi piaceri della vita, nuoce gravemente alle sinergie costruttive del genere umano.
Luca Leoni 

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