Pioggia
Fu costretto, a sbarazzarsene. Lo faceva sanguinare rivoli di sabbia che, esondando da naso, bocca, orecchie, occhi, gli si adagiavano sul fondo delle mutande.
Sabbia, sottilissima e penetrante come per osmosi. Più liquida di sangue alla cardioaspirina, meno densa del vino ancora mosto caldo e ribollente di moschini.
Scivolava giù un granello alla volta, scissa in gocce di flebo ma sottile come dovesse attraversare una strettoia di clessidra. Arida eppure adesiva, alla pelle, se umida di sudore.
Se ne sbarazzò chiudendo forte gli occhi, per non assistere a quel dolore.
Dal momento successivo, il giardino in lui tornò a cospargersi di muschio tenero, intriso di rugiada. E fiori e felci ed erba iniziarono ad intonare i loro nuovi trionfi.
L’olfatto tornò al suo trionfante splendore: il tanfo del sambuco irruppe nel cerebro con pacato ardimento, la soavità selvatica della mentuccia citò a memoria i carciofi, teneri come burro nel tegame fumante.
Tutte le sfumature dell’humus s’innalzarono nei colori autunnali, presero il volo, seguendo la scia delle donne evanescenti di Chagall.
La fonte dei suoi ricordi era tornata a gocciolare, filtrata dal muschio verde smeraldo. Il tasso e l’istrice erano stati stanati, inondati da quel fluire dolce dell’acqua piovana.
Era stata la pioggia, inaspettata e benedicente a salvarlo. A fecondarlo.
Luca Leoni
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